La Sindrome Premestruale! Malattia o suggestione?

Sindrome premestruale

La Sindrome Premestruale (PMS) è un disturbo psicosomatico anche se rappresenta un’entità nosologica non ancora ben definita per numerosi aspetti.

I sintomi, che hanno un andamento ciclico e che sono in stretta relazione con il periodo post ovulatorio del ciclo mestruale, sono molto eterogenei e variabili per natura, numero, intensità e durata da una persona all’altra e, spesso, da un ciclo all’altro nel medesimo soggetto. È caratterizza da sintomi fisici e sintomi che coinvolgono la sfera emotiva ed il comportamento.

Secondo una review di Milewicz e Jedrzejuk, la maggioranza delle donne in età fertile, ben l’85-97%, riferisce sintomi fisici e disturbi psichici di varia entità prima delle mestruazioni; in alcune circostanze, tuttavia, la PMS può assumere caratteristiche cliniche importanti, tanto da rientrare in quello che il DSM IV definisce come “Disturbo disforico premestruale”, che comporta un elevato livello di gravità e disabilità.

Nella forma severa la sindrome interessa tra il 3 e il 5% della popolazione femminile mentre la forma di sindrome premestruale più lieve o moderata interessa invece ben il 40% delle donne, quindi la maggioranza.

Spesso la sindrome si manifesta già pochi anni dopo la comparsa del menarca (la prima mestruazione) e difficilmente le donne si rivolgono allo specialista. I sintomi tendono ad aggravarsi con l’età fino alla menopausa che infine li allevia. Probabilmente con il passare degli anni a causa di una vulnerabilità neurobiologica, i sintomi si sommano e si aggravano, causando disagi fisici ed emotivi che riducono in parte la qualità della vita e l’efficienza prestazionale.

C’è da dire però che le donne che soffrono in età fertile di forme moderate-severe di PMS una volta arrivate alla menopausa, hanno un rischio maggiore di soffrire di vampate di calore, di umore depresso, di difficoltà nel sonno e di ridotto desiderio sessuale.

Questo fa pensare che esista effettivamente una vulnerabilità neuronale sia alle aumentate fluttuazioni ormonali associate alla sindrome, sia alla successiva carenza estrogenica post-menopausale.

Numerosi studi scientifici mostrano un’ elevata familiarità della sindrome che potrebbe deporre per la presenza di fattori genetici che a tutt’oggi però non sono chiari.

L’osservazione meglio documentata è la diminuzione di concentrazione di serotonina in fase premestruale, altri dati invece riguardano una minore produzione di melatonina (secondaria probabilmente ad una riduzione della serotonina che ne è il precursore), una riduzione delle beta-endorfine nella fase premestruale, un aumento dell’ormone aldosterone con maggiore ritenzione di sodio e di acqua, un aumento seppur modesto della prolattina (tensione mammaria), dieta carente di magnesio e piridossina, sovrappeso ed obesità, Sindrome Metabolica, alcool, fattori ambientali e stress.

L’osservazione clinica quindi suggerisce che esiste una sorta di vulnerabilità biologica che si rende più evidente nella fase premestruale, ma suggerisce anche che una dieta correttamente bilanciata, la gestione delle tensioni, e una maggiore conoscenza dei meccanismi della PMS, possano aiutare a ridurne i sintomi in termini quantitativi e qualitativi.

Clinicamente la sintomatologia è rappresentativa di un disturbo dello spettro ansioso-depressivo con numerosi aspetti patologici sul versante comportamentale quali una facile irritabilità, un incremento del fumo di sigarette, un’insolita impulsività o un’alterazione della condotta alimentare (abuso di cioccolata o dolci per la carenza di magnesio e triptofano). Altri sintomi che fanno da corollario di frequente riscontro sono la bassa stima di se stesse, l’aumento dei conflitti interpersonali, una diminuzione di interesse verso le attività quotidiane e routinarie, una minore concentrazione, il continuo sentirsi “sotto pressione e prossime ad esplodere”, una sensazione di affaticamento, di non farcela, di perdere il controllo delle situazioni. I sintomi possono associarsi tra loro in modo variabile, anche nella stessa donna ed in modo diverso nel tempo e dar luogo a diversi quadri clinici anche in relazione agli eventi stressanti della vita.

Entro certi limiti le fluttuazioni dell’umore e dei livelli d’ansia sono comunque fisiologici ed esprimono le diversi fasi della produzione ormonale, ma quando i sintomi diventano marcati possono limitare in modo evidente tutte le proprie attività.

Il DSM IV (manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) ha stabilito dei criteri per la diagnosi del disturbo disforico premestruale, anche se la classificazione ha suscitato diverse critiche. Questo probabilmente perché, mettendo da parte il femminismo, pone l’accento sulla non stabilità emotiva e comportamentale delle donne legata alle fisiologiche fluttuazioni ormonali. In un certo senso l’inserimento nel DSM IV della PMS, sembra penalizzare la donna per una condizione fisiologica; d’altro canto pone l’accento su un problema che sta diventando sempre più emergente, ma che è sempre esistito (tuttavia in passato le donne probabilmente vivevano una condizione meno sul filo del rasoio e con stress più controllabili, occupandosi solo dei figli e della casa). Oggi le donne sono impegnate nella vita a 360° per cui sono soggette agli stessi stress degli uomini, con in aggiunta lo stress derivante dalla gestione della famiglia, dei figli e della casa. Questo surplus di stress potrebbe aver accentuato la soglia di fastidio della Sindrome premestruale con conseguente aumento dell’incidenza e della frequenza dei sintomi.
Nel mondo scientifico è stato obiettato che i criteri del disturbo disforico premestruale siano troppo restrittivi e portino ad una sottostima della dimensione reale del problema; nel panorama sociale si sono opposti i movimenti femministi perché intravedono una medicalizzazione o persino una psichiatrizzazione della condizione femminile, anche se in altri ambienti femministi è invece stata considerata la possibilità di scagionare le donne affette da questo disturbo che abbiano commesso dei reati.
In sintesi i criteri per individuare un disturbo disforico premestruale sono i seguenti:

A. Nel corso della maggior parte dei cicli dell’anno precedente, cinque o più dei seguenti sintomi sono quasi sempre presenti durante l’ultima settimana della fase luteale. Sono migliorati nel corso dei primi giorni della fase follicolare e sono stati completamente assenti durante la prima settimana dopo le mestruazioni (uno dei sintomi deve essere tra i primi quattro citati):

  1. umore depressivo spiccato, senso di disperazione o autosvalutazione (idee di svalutazione);
  2. tensioni, spiccata ansia, impressione di essere bloccata, tesa, nervosa;
  3. spiccata labilità emozionale (per esempio spiccato senso di tristezza, voglia di piangere, ipersensibilità al rifiuto);
  4. collera o irritabilità spiccata e persistente o aumento dei conflitti interpersonali;
  5. diminuzione dell’interesse per le attività consuete (per esempio lavoro, passatempi, scuola, amici);
  6. difficoltà soggettive a concentrarsi;
  7. letargia, rapido affaticamento o mancanza di energia;
  8. spiccate modificazioni dell’appetito, iperfagia, voglia imperiosa di certi alimenti;
  9. ipersonnia o insonnia;
  10. impressione di essere sopraffatta o di perdere il controllo;altri sintomi fisici come gonfiore o tensione mammaria, cefalee, dolori articolari o muscolari, sensazione di “gonfiore”, aumento di peso.

B. La sindrome premestruale disforica interferisce notevolmente col lavoro o l’attività scolastica, le attività sociali abituali e le relazioni con gli altri (per esempio si evitano le attività sociali, diminuisce la produttività o l’efficacia al lavoro o a scuola).

C. La sindrome premestruale disforica non corrisponde solo all’aggravamento dei sintomi di un altro disturbo come una depressione grave, o un disturbo di panico, un disturbo distimico o un disturbo della personalità (benché possa aggiungersi a ciascuno di questi disturbi).

D. I criteri A, B e C devono risultare confermati dalle registrazioni giornaliere comparative di almeno due cicli sintomatici consecutivi (la diagnosi può essere posta provvisoriamente in attesa di questo tipo di conferma).

Un’ulteriore classificazione per diagnosticare la sindrome premestruale è stata elaborata dall’American College of Obstetricians and Gynecologists secondo la quale per la diagnosi è essenziale che la donna riporti uno o più sintomi affettivi e fisici durante i cinque giorni, o più, che precedono il ciclo, in ciascuno dei tre mesi precedenti la consultazione.

  • Sintomi affettivi
    • Depressione
    • Scoppi di collera
    • Ansia
    • Irritabilità
    • Confusione
    • Ritiro dalla vita sociale
  • Sintomi somatici
    • Mastodinia
    • Meteorismo
    • Cefalea
    • Ritenzione idrica in mani e piedi
  • Inoltre, per definizione, i sintomi
    • scompaiono entro il 4° giorno del flusso e non ricompaiono fino almeno al 13°;
    • si ripresentano – in modo quindi riproducibile – in due cicli valutati prospetticamente;
    • la paziente riporta un danno, causato dalla PMS, dal punto di vista delle sue interazioni sociali/professionali e/o della sua performance economica.

Dunque, appurato che la Sindrome Premestruale è un fenomeno complesso che coinvolge sia la sfera psichica sia la sfera fisica, la sua terapia deve necessariamente prendere in considerazione entrambi gli aspetti.

Tra le cure non farmacologiche è di sicuro beneficio l’introduzione di misure dietetiche adeguate alla tipologia della persona e all’entità della sintomatologia. Andrà quindi consigliata attività fisica regolare (come anti-stress, per il mantenimento del peso corretto e per alleviare le tensioni), riduzione di sale per favorire l’eliminazione dei liquidi, di caffeina, alcool, dolciumi e grassi. Sembrano utili la supplementazione con magnesio, idrossi-triptofano (quale precursore di serotonina e melatonina) e vitamine del gruppo B in special modo la vitamina B1 e la vitamina B6.

Il trattamento farmacologico è soprattutto mirato ad eliminare le diverse espressioni sintomatologiche ed in particolar modo quelle più severe ed invalidanti.
Nei disturbi somatici, pertanto, possono essere utilizzati FANS, diuretici o quant’altro sia necessario allo specifico quadro clinico; nelle forme caratterizzate da importanti forme di natura psichica e comportamentale è possibile ricorrere a farmaci in grado di agire sul sistema nervoso centrale quali gli ansiolitici o gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI); questi ultimi, in particolare, hanno trovato un ampio consenso sia in letteratura che nella pratica clinica.

Purtroppo però la terapia farmacologica tradizionale mira a contenere i sintomi, medicalizzando la donna e non mettendola nelle condizioni di poter affrontare con consapevolezza un disturbo che oltre ad essere ciclico e ricorrente, risulta essere per certi aspetti invalidante.

Si può invece volgere uno sguardo alle terapie naturali e consigliare ad esempio una cura fitoterapica,integrativa e dietetica che accompagni la donna in tutte le fasi ormonali e le permetta di gestire con consapevolezza ed efficacia una componente fisiologica della sua natura.